-----Beethoven:
Movimento del Concerto per pianoforte e orchestra incompiuto "Hess
15"
-----"Piano Concerto in D major unfinished
of 1815: così recita il frontespizio della "performing edition
based on Artaria 184 by Nicholas Cook" elaborata nel 1987 (con il contributo
di Kelina Kwan). Era, meglio sarebbe stato il sesto concerto di una serie
che con il quarto in Sol magg. e il quinto il Mi bem. magg. aveva toccato
i vertici massimi dell'arte di Beethoven, unitamente a diverse sinfonie,
alcune ouvertures, parecchie sonate. Un lusso, a confronto dell'unico grande
concerto per violino, del cosiddetto triplo concerto (per violino, violoncello
e pianoforte) e a fianco della mancanza di concerti per altri archi e per
questo o quello strumento a fiato; ma un lusso, si sa, destinato a rimanere
virtuale. Per varie ragioni: anzitutto perché, appunto, si tratta
di un lavoro incompiuto, il primo movimento di una forma normalmente tripartita
limitato a 375 battute; poi perché Beethoven era un musicista talmente
sicuro del "fatto suo" in termini ideali da non esserlo quasi
mai in termini materiali, d'acchito di scrittura, per cui era sempre pronto
a intervenire e cambiare e stravolgere quanto aveva già trasferito
sulla pagina (il famoso, sempiterno problema degli "abbozzi" beethoveniani,
che non ha verun parallelo, per esempio, con Haydn o Mozart); quindi perché
il pezzo appartiene alla piena maturità, a quello che si usa definire
terzo e ultimo periodo della creatività di Beethoven, ed è
per questo esigentissimo sotto il profilo dell'esegesi "critica";
infine perché il lavoro fu interrotto pochi mesi dopo l'inizio, all'inizio
del 1815, e Beethoven, per quanto morto non vecchio, ebbe un paio di lustri
abbondante per completarlo ma non si decise mai a farlo. Con tutto ciò,
l'ampio frammento merita ogni riguardo e attenzione, ché la prima
metà (fino alla battuta 182) in sostanza è tutta d'autore
e il senso espressivo generale sembra inequivocabile; s'aggiunga l'operazione
ricostruttiva dell'esimio studioso inglese (professore alla Royal Holloway
University di Londra), che pur agendo con ogni cautela, non arrogandosi
alcunché e dichiarandosi "strictly pragmatic", ha dato
luogo a una stesura complessivamente chiara e coerente. Inequivocabile,
il senso, e certo ascrivibile più alla maniera nobile, sostenuta,
appassionata ma sempre positiva dei due concerti precedenti, del concerto
per violino, delle sonate pianistiche opp. 81a e 90 (questa esattamente
coetanea), delle sinfonie nn. 4 e 7 e 8 piuttosto che a quella furibonda
e demoniaca di un Coriolano, di una Quinta o di una Nona.
----Piero
Mioli (estratto dalle note di copertina) |